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Il Gabbiano Jonathan Livingston

13 marzo 2008

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E crescendo impari che la felicità non è
quella delle grandi cose.
Non è quella che si insegue a vent’anni, quando
come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi..

La felicità non è quella  che affannosamente si insegue
credendo che l’ amore sia tutto o niente..

Non è quella delle emozioni forti che fanno il “botto”
e che esplodono fuori con tuoni spettacolari…

la felicità non è quella di grattacieli da scalare,
di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.

Crescendo impari che la felicità è fatta
di cose piccole ma preziose..

..e impari che il profumo del caffè al mattino
è un piccolo rituale di felicità,
che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro
dai colori che scaldano il cuore,
che bastano gli aromi di una cucina,
la poesia dei pittori della felicità,
che basta il muso del tuo gatto
o del tuo cane per sentire una felicità lieve.

E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi,
di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore,
che le stelle ti possono commuovere e il sole
far brillare gli occhi,

e impari che un campo di girasoli
sa illuminarti il volto,
che il profumo della primavera ti sveglia dall’inverno,
e che sederti a leggere all’ombra di un albero
rilassa i tuoi pensieri

E impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate,
di piccole scintille allo stomaco,
di persone vicine anche se lontane,
e impari che il tempo si dilata e che quei cinque minuti
sono preziosi e lunghi più di tante ore,

e impari che basta chiudere gli occhi,
accendere i sensi, sfornellare in cucina,
leggere una poesia, scrivere su un libro,
o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze
ed essere con chi ami.

E impari che sentire una voce al telefono,
ricevere un messaggio inaspettato,
sono piccoli attimi felici
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore,
sogni piccoli ma preziosi.

E impari che tenere in braccio un bimbo
è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi
sono quelli che parlano delle persone che ami…

E impari che c’è la felicità anche in quella
urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri,
che c’è qualcosa di amaramente felice
anche nella malinconia.

E impari che nonostante le tue difese,
nonostante  il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un
piccolo – grande Jonathan  Livingston.

E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità

(Il gabbiano Jonathan Livingston – Richard Bach)

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Non c’è piacere senza sofferenza

11 gennaio 2008

Un altro video di un Uomo da cui non finirò mai di imparare.

Libri, Società, Video , , ,

Il giorno in più

9 gennaio 2008

La dedica nella prima pagina del romanzo è “A lei”, e già ci si ferma a immaginare il volto di questa donna fortunata, una fidanzata, una ex, o forse meno banalmente la mamma o la nonna. In effetti le figure femminili, anche in questo nuovo romanzo di Fabio Volo, sono tante e preponderanti. Prima tra tutte la mamma, maniaca dell’ordine e della pulizia, sempre attenta a ogni minimo particolare della vita e dell’umore di Giacomo. Poi c’è la nonna, la classica nonna che sostituisce la famiglia assente, e protegge, coccola ma soprattutto racconta le storie del passato e le perle di una saggezza antica. I grandi momenti di tragica ironia del romanzo si devono alla nonna colpita dal morbo di Alzheimer, ai piccoli equivoci e agli scambi di persona di una donna che non riesce più a distinguere la realtà dal ricordo. Infine Silvia, l’amica del cuore schietta e generosa, la prova che l’amicizia tra un uomo e una donna è possibile… dopo esserci andati a letto con scarsi risultati.
Il mondo che circonda Giacomo è tutto rosa. Un mondo ovattato dal tono caldo e morbido della voce femminile, una vita tranquilla in una metropoli, fatta di lavoro, palestra, week-end con gli amici e qualche avventura. Niente che si possa definire veramente emozionante, nessun coinvolgimento. Una vita vissuta in superficie, con l’intento preciso di non lasciarsi attraversare dagli eventi, di rimanere impassibili, lucidi e freddi. Ma quanto può durare questa situazione di sospensione distratta delle emozioni?
La quarta di copertina spiega: “Il problema non è quanto aspetti, ma chi aspetti”. E lei, anche se non la stai affatto aspettando, un bel giorno arriva e mette in dubbio ogni tua certezza. La donna seduta sul tram, quella che ogni mattina fa la tua stessa strada per andare al lavoro, vive nella tua città, si sveglia alla stessa ora, respira la stressa aria. Il caso, forse, ma solo fino a un certo punto, perché poi uno sguardo, un guanto lasciato cadere e un caffè preso di fretta, dipendono solo da te. Il caso offre l’occasione per una scelta, ma poi è lui, Giacomo, a decidere di fidarsi del suo istinto e di correre per spalancare quella porta.
In questo romanzo c’è la storia di un uomo che decide di correre un rischio, quello di mettere da parte quell’atteggiamento cinico e sprezzante che si appiccica addosso a tutti i single, a quelli costretti a osservare dalla vetrina di un caffè le coppie felici e quelle infelici. È la reazione allergica alla delusione, lo sfogo cutaneo della disillusione, un’infezione che attecchisce nel cuore di chiunque abbia smesso di credere in una storia vera e possibile. Fino a quando? Vivere un nuovo amore, secondo Volo, significa innamorarsi di una nuova parte di se stessi, scoprirsi diversi e piacersi, lasciare andare i pensieri in libertà e non avere paura di dire o fare cose sciocche, di essere giudicati. Un passaggio della vita che è come una magia, da cogliere al volo.
La storia narrata in queste pagine non può non coinvolgere il lettore, è la storia di una generazione di aspiranti folli innamorati in cerca di qualcuno in grado di fargli confessare un romanticismo latente e malcelato. In queste pagine ci si riconosce e ci si sente compresi, una bella prova di franchezza per Fabio Volo, una lettura coinvolgente e a tratti divertente, una voce amica che ancora una volta non delude.” 
(Recensione di IBS)

Ieri sera ho finito di leggerlo. (287 pagine tutte d’un fiato)

Fabio Volo può essere amato, odiato, considerato mediocre in tutto ciò che fa (film, tv, libri), ma a me (mi!) piace. Riesce, con i suoi libri, ad emozionarmi e a farmi immedesimare in ciò che scrive.

Il libro è una storia di amore, libertà, follia e riserva non poche sorprese. Forse non sarà scritto benissimo, io non saprei assolutamente fare di meglio eh, ma è di sicuro un racconto che ti lascia qualcosa dentro…

Insomma… assolutamente  S T R A C O N S I G L I A T O ! ! !

Cià!

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Apologia del suicidio

3 novembre 2007

Ho appena letto un brano di una brava scrittrice a proposito del desiderio di suicidio insito in ognuno di noi.

Mi è sembrato riduttivo.

Ho pensato molte volte ad uccidermi, la prima volta fu quando avevo soltanto otto anni, sembrava che mia madre non mi capisse, e, di fatto, non mi capiva, decisi di farla riflettere e di punirla, mi misi sul cornicione del balcone, eravamo all’ottavo piano di un alto palazzo di via S. Costanza 13, a Roma.

Serena, senza paura stavo per librarmi nel vuoto. Invece fui catapultata a terra da un mio coetaneo, che aveva prontamente scavalcato atterrando sul nostro terrazzo e m’aveva tirata giù, inconsapevole del mio proposito, disse: «Scusa se ti ho fatto male, mi sembrava che stessi per cadere!».

Aveva pensato che giocassi, non aveva capito nulla neanche lui…

Ma la rabbia e la delusione erano svanite, mi faceva male un gomito battuto cadendo.

Non pensai più al suicidio fino al diciottesimo anno.

A 18 anni lo contemplai soltanto, non agii, ma a 21 lo avrei messo in atto, forse…

Il mio fidanzamento era miseramente naufragato per sterili questioni di dote e prestigio sociale, avevo reagito riprendendo gli studi; poi per amore di mia madre, avevo dovuto far sopprimere il cane che adoravo, l’aveva presa alla gola e, benché avesse le sue buone ragioni, era colpa di mia madre che aveva riempito casa d’altri cani scatenando la sua gelosia, decidemmo fosse troppo pericoloso.

Mia madre era fuggita da un’amica per non partecipare all’omicidio del cane, al ritorno, volle tacitarsi la coscienza dandomi dell’assassina.

Anche quella volta l’incomprensione fu così macroscopica che uscii senza cappotto, era il due novembre e faceva freddo a Milano.

Non sapevo bene cosa avrei fatto, certo non sarei tornata a casa, forse mi sarei buttata sotto ad un treno, come Anna Karenina.

Incontrai una conoscente, vedendomi senza cappotto con gli occhi spiritati, capì che qualcosa non andava, non fece domande, mi trascinò a casa sua dove restai quasi segregata e guardata a vista a turno dalla signora, dal marito e dalla suocera.

Venne a trovarmi anche il veterinario che aveva praticato l’iniezione letale al cane, nessuno di loro disse dov’ero a mia madre per una settimana, poi, mi riportarono a casa.

La ribellione era sbollita, non pensai più a morire.

La terza volta fu ancora per una profonda incomprensione con mia madre, fuggii da casa, avevo 24 anni allora, mia madre fece togliere il motore dalla mia auto, chiuse il mio conto in banca rendendo impossibile la vita agli amici, che avrebbero potuto darmi asilo ed aiutarmi.

Mi ritrovai nella pensione Magic, i soldi che mi erano rimasti sarebbero bastati per due o tre giorni, decisi di tagliarmi le vene, badando a non sporcare la bella camicetta di Guarnera, avevo già estratto le lamette dal beauty-case e pensavo se scrivere la lettera d’addio oppure no.

In quel momento bussò alla porta un altro ospite della pensione, un certo Francesco, brindisino, alto, moro, lo sguardo sfrontato ed il sorriso accattivante, era a Milano in cerca di lavoro, me lo aveva raccontato quando c’eravamo incontrati al bar, dove pasteggiavo a cappuccini e brioches.

Mi chiese se avevo della carta da lettere da prestargli, ma qualcosa gli fece capire le mie intenzioni, si precipitò sulle lamette, sequestrò le mie forbicine e decise di salvarmi la vita.

Ci riuscì. Il giorno dopo ero a casa, con l’orgoglio ferito e la dignità sotto ai piedi, ma viva.

Il quarto tentativo riuscì quasi, tre giorni di coma e la prima pagina dei quotidiani stigmatizzarono la realtà del mio proposito.

Avevo 38 anni, la decisione di ingurgitare quelle pillole fu immediata e senza ripensamenti, tutto ciò in cui avevo creduto era crollato, il mio sogno di maternità, l’uomo che amavo, il lavoro ed ancora una volta mia madre, questa volta volevo proprio chiuderla quella lotta impari contro un destino troppo difficile da affrontare.

In un attimo valutai passato presente e futuro, quest’ultimo mi sembrò un muro nero, alto ed invalicabile.

Non volevo più soffrire né lottare, volevo solo non esistere.

Ricordo vagamente l’autoambulanza, la lavanda gastrica e poi più nulla, per tre lunghi e meravigliosi giorni il nulla del coma.

Al primo risveglio non capii dov’ero né perché fossi lì, in vero non sapevo neppure chi fossi.

Vidi un braccio enorme, bluastro, gonfio di flebo mal fatte, non poteva essere il mio, io avevo un bel Rolex al polso, dov’era il mio Rolex?

Strano che, stupidi oggetti, ti vengano in mente quando vuoi morire, se davvero volevi morire che t’ importa del Rolex?

Morire sì, ma non farmi fregare, mi risposi con una logica propria del momento.

Poi ricaddi nel nulla.

Udii una voce femminile dire: «Questa non ce la fa!».

Era forse riferito a me quel commento?

Meno male, non ce la volevo fare.

Ancora un po’ di pace, poi mi ripresi, mia madre era venuta benedicendo il fatto che avessi perduto il “bastardo” che avevo concepito ed il fatto che mi fossi lasciata con quel poco di buono, i colleghi mi chiedevano di firmare dei documenti, le uniche parole sensate vennero da una tossica che sarebbe morta pochi mesi dopo.

Purtroppo mi rimisero in piedi, potei notare che il padre del “bastardo” perduto non si era fatto vivo, che anche sua madre, pur essendo venuta a curiosare, non aveva trovato opportuno farsi vedere, che gli amici avevano bollato come depressione la mia volontà di non vivere, altri amici pensarono che lo avessi fatto solo per far impietosire il mio amante e farmi sposare.

Era un festival di cattiverie e d’incomprensioni, che dovetti affrontare subito.

Neanche lo psichiatra dell’ospedale, fece nulla per aiutarmi, esaurite le domande di routine, si era alzato e se n’era andato senza proferire verbo.

Ma perché li pagano quelli?

Odiai tutti coloro che pontificarono sul suicidio definendo, psichicamente labili, coloro che lo mettevano in atto e tutti coloro che parlarono di depressione.

Colui che vuole suicidarsi ama la vita molto più di loro, non sopporta una mezza vita, calpestata, sminuita, violentata.

Vuole o tutto o niente, certo che il niente sia liberatorio e senz’altro preferibile al presente e, soprattutto al futuro che lo attende.

Il voler morire è un’affermazione estrema del desiderio di vivere una vita soddisfacente e gratificante.

Latente è il desiderio di far riflettere tutti coloro che non hanno risposto ai suoi appelli e segnali.

Vorrebbe essere amato da coloro che ama, compreso da coloro che ha cercato di comprendere, si arrende all’evidenza e capisce che bolleranno la sua morte come un atto inconsulto dovuto ad un attimo di debolezza.

La più grande assurdità che affermano a tutte le latitudini, suicidarsi non è facile e non potrebbe mai metterlo in atto un debole; è un po’ come uccidere, si deve oltrepassare una barriera, chi ha ucciso può suicidarsi con facilità, ma chi ha rispettato la vita, persino quella degli insetti, per lui suicidarsi è difficilissimo, non sa come si fa ed ha paura del dolore fisico.

L’aspirante suicida vuole liberarsi dal dolore di vivere e cerca un modo indolore per morire, ecco perché tanti non ci riescono o ci rinunciano, non apprezzano il loro modo di stare al mondo, solo non sanno come uscirne.

Parlando con un dotto amico dei miei tentativi falliti lo sentii dire cose che allora mi parvero estremamente giuste e che oggi potrei confutare senza difficoltà.

In sostanza lui sosteneva che i miei primi due desideri di morte esprimessero il desiderio d’annientamento fisico, infatti, il corpo sarebbe stato irriconoscibile dopo una caduta dall’ottavo piano o dopo essere stato maciullato da un treno.

Il terzo modo, tagliarsi le vene, rappresentava un desiderio più profondo, desideravo svuotare il corpo dalla linfa vitale e farne uscire la sofferenza.

Il quarto, messo in atto in modo imperfetto, rappresentava il culmine di quell’escalation e voleva annientare il pensiero.

Secondo lui non avrei più desiderato né osato tentare altri modi di farla finita in futuro.

Per molti anni ho creduto avesse ragione, oggi non ne sono più altrettanto sicura, dal momento che ho ripreso a pensarci spesso e, per motivi pratici, opterei di nuovo per il taglio de vene, sia per motivi pratici, è il meno costoso e difficile.

L’assurdo è che alterno giorni d’euforia e di voglia di lottare e vincere a giorni in cui vorrei sdraiarmi e non alzarmi più, anche questa con me stessa è una lotta durissima e faticosissima.

E non parlatemi di depressione o d’instabilità psichica!

Fatemi essere un po’ felice e vi farò vedere io quanto sono depressa!

Datemi ancora un po’ di dolore e vedrete se non farò il salto.

Il pensiero del suicidio è una vocazione, è un via d’uscita sempre possibile, una porta aperta che ti permette di lottare per la vita, se poi andasse male hai sempre il suicidio come soluzione alternativa.

È un modo di vivere con la morte a fianco, un’amica discreta che potrebbe toglierti dai guai, un modo di esistere sul filo del rasoio in cui apprezzi molto di più le piccole vittorie e gioie della vita, di quanto non facciano coloro che affermano di voler vivere a tutti i costi, che invece hanno solo una fottutissima paura di morire.

Colui che è pronto a morire in qualsiasi momento è uno che ha la coscienza tranquilla e non teme il giudizio di Dio, non sa se Dio esiste, qualora esistesse, non gli farebbe paura, anzi, vorrebbe fare con Lui una bella chiacchierata.

Non so come concluderò la mia avventura terrena, ma vi prego, non dite più che la gente che si toglie la vita  lo fa perché depressa, in un momento di debolezza o altre scemenze del genere.

Maria Vittoria Morokovski

No, non ho intenzione di suicidarmi (ehmm non in questi giorni almeno :) ), ma leggendo questo brano ci ho riflettuto un po’… Vabbè non scrivo i miei pensieri qui perchè evito di personalizzare troppo (sempre se si può…) questo blog… ma comunque vi consiglio di leggervi Maria Vittoria Morokovski che secondo me merita… Cià.

Update: Vedo che molti arrivano a questo blog cercando un metodo per suicidarsi.. non fatelo… parliamone, vi capisco, ma non fatelo…

Libri, Società ,

Paulo Coelho

17 settembre 2007

A me Coelho piace molto come scrittore e mi sta simpatico anche come uomo (da quel che ho visto in tv…).

Oggi scopro che anche lui usa Flickr, ha un blog, uno spazio su Myspace e su Youtube… e sembra anche che sia lui stesso a curare il tutto…

Beh.. in pratica è uno di noi :) )) Adesso mi sa che andrò a comprare tutti i suoi libri che mancano nella mia libreria :)

Certo poi che se Paulo volesse regalarmene uno con un bell’autografo… io non potrei che accettarlo con tanta tanta felicità :)

[via ClickBlog]

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